Bergamo violenta: la fine degli anni Settanta in provincia

di Mirco Roncoroni
Fotografie di Davide Volpi

In coda agli anni Settanta, C. e F. sono due tra i militanti che di fronte al disorientamento politico, al riflusso e al dilagare dell’eroina, scelgono la violenza come strumento politico. “Compagni che sbagliano” si diceva allora. Vi proponiamo un reportage con dei frammenti delle loro storie, per riscoprire la Bergamo del biennio 1977-1979: una realtà provinciale, eppure inaspettatamente vivace.

C., militante politico bergamasco, anni Settanta
 

La prima licenza di C.

Sabato 3 maggio 1980.
Dopo un CAR ad Albenza e due settimane di servizio militare a Torino, C., ventiduenne, riceve la sua prima licenza di 36 ore. Il diretto delle 12 dalla stazione Porta Nuova lo riporta a casa, a Ponte San Pietro, in provincia di Bergamo. Una volta arrivato vorrebbe fare visita a un vecchio amico, un compagno militante. Fino a qualche mese prima erano ancora attivi, ma una serie di chiamate in correità ha fatto partire indagini a tappeto e arresti in città e in provincia. Per molti invece è semplicemente arrivato il tempo del riflusso nel privato: ognuno ripara nella propria tana esistenziale.

C. viene a sapere che l’amico, quella stessa mattina, è stato prelevato e portato via dalla polizia, direttamente da scuola. «Lì ho cominciato a sospettare» dice C., e scola la birra tiepida e ormai sgasata rimasta sul fondo del bicchiere. Sediamo al tavolo della sala da pranzo, in casa sua, in provincia di Bergamo. Alla parete del salotto è appeso un ritratto di Che Guevara con la sua citazione più nota: Siate sempre capaci di sentire nel più profondo qualunque ingiustizia commessa contro chiunque in qualunque parte del mondo. Sulla mensola scorgo No Logo di Naomi Klein e qualche libro di Ildefonso Falcones.

«Infatti mi stavano aspettando» continua. «Alle 19:30 sono arrivato a casa ed è saltata fuori la Digos. Mi portano subito in questura, dicono che il giudice vuole interrogarmi, invece poi mi trasferiscono al carcere di Mantova. L’interrogatorio è arrivato dopo una settimana di isolamento. Di solito la prassi è così, finché non incontri il giudice non parli con nessuno».

C. deve rispondere dei reati di fabbricazione, detenzione e porto di ordigni esplosivi, danneggiamento aggravato e associazione in banda armata.  La condanna è di tre anni e mezzo e 500mila lire di multa. Alla fine ne condonano due, l’accusa di associazione in banda armata decade, il conto arriva a 15 mesi. Da Mantova viene trasferito a Modena perché due amici gli mandano un paio di cartoline in cui, scherzando, gli scrivono Stiamo venendo a liberarti. Lì conosce Paolo Signorelli, l’ideologo dei NAR, il gruppo di estrema destra, in carcere dopo le prime indagini sulla strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980.

Nel carcere di Modena si trova anche un esponente di Prima Linea, il nipote di Gaetano Bonicelli, vescovo bergamasco. Lui e C. si conoscono, si frequentano nei limiti del possibile, poi gli dicono che insieme non possono stare. Poco tempo dopo, un nuovo trasferimento, questa volta al carcere di Bergamo. Da lì uscirà, insieme a quell’amico di Ponte San Pietro, l’8 agosto 1981.
«Tutto sommato non è andata male, rispetto alle accuse».

Ma quindici mesi di carcere non scontano il servizio militare. Gli restano dieci mesi da recuperare, quella del 3 maggio ‘80 era pur sempre la prima licenza. Fuori dal carcere, dentro in caserma. Il congedo arriva solo nel giugno del 1982. «La mia storia è finita lì» dice. Ma abbiamo appena cominciato. E apre un’altra birra.

Il salto di F.

F. sta aspettando seduto in un locale di Bergamo Alta, un calice di bianco di fronte, pensionati attorno che discutono con le voci sempre troppo alte, sbattono carte da gioco sulla tovaglia verde come se le detestassero. Ci sediamo in disparte. È comasco, il padre l’ha mandato a scuola a Bergamo per evitargli la Milano di quegli anni «un po’ frizzanti», come dice lui. Non poteva certo prevedere che la piccola, cattolica e democristiana Bergamasca potesse diventare, tra il resto, la culla di Prima Linea, l’organizzazione armata italiana seconda solo alle Brigate Rosse, ma con una maggiore presa nelle fabbriche e capacità di declinazione territoriale.

A Bergamo frequenta il Liceo Artistico, lì incontra il movimento studentesco, poi si lega ad Avanguardia Operaia, una delle grandi organizzazioni operaiste della sinistra extraparlamentare, e comincia ad essere più militante, più impegnato. «Ci ho messo un po’ il cuore» dice, «e ce l’ho messo con sincerità».

Dopo una militanza di sette anni si stacca quando l’organizzazione si unisce ad altri gruppi per formare la più istituzionale Democrazia Proletaria. Il periodo è quello dello scioglimento delle grandi organizzazioni della sinistra extraparlamentare. È il momento della costituenda Autonomia Operaia, l’area politica che raggrupperà i militanti più radicali in un fiorire di sigle e gruppi sempre meno legati a un movimento di massa, sempre più isolati, interconnessi o talvolta figli di iniziative estemporanee poco più che personali. 

F. ha 61 anni. Lo ascolto parlare di quegli anni, dei legami, della forza dell’intreccio unico che si crea «con chi condivide con te qualcosa di illegale», di ciò che di buono e genuino può nascere da ciò che è negativo, da ciò che è errore, nonostante tutto.

Nella vita ha sempre vissuto disegnando, un po’ di grafica ma anche illustrazioni di libri per bambini. «Avevo questa fortuna, che è questa mano». Tre anni fa ha perso il lavoro. «Ovviamente non l’ho più ritrovato». Ora vive facendo degli acquerelli, «delle robe così, in modo molto parco, perché non ti riempie come uno stipendio garantito sai. Però mi arrabatto, poi sono un caparbio».

Poi torniamo a quarant’anni fa.

«Passa poco tempo, il disorientamento dei tanti compagni usciti dai gruppi e c’è il famoso congresso di Bologna del ’77, dove ci si raccoglie un po’ tutti per capire cosa succede. Credo ci fossero almeno centomila persone in città, fu un incontro importantissimo, veramente, con un grandissimo corteo a chiusura. Siamo tornati da Bologna dopo tre giorni, ognuno un po’ con le sue riflessioni eventuali: adesso cosa faccio? E lì c’è stato il salto, per alcuni di un certo tipo. Era l’inizio di una fase».

 La Vedovella

La Vedovella, Piazza Cavalieri di Vittorio Veneto, Bergamo
Piazza Cavalieri di Vittorio Veneto, “alla Vedovella”, Bergamo.

«Dovrei fare retromarcia e raccontare cosa era il centro, alla Vedovella» racconta F., consuma il suo vino a piccoli sorsi. Vedovella è il termine con cui ci si riferisce alle fontane della città. In particolare, F. intende la Vedovella per eccellenza, quella di piazza Cavalieri di Vittorio Veneto, su cui si affaccia la sede della Banca Popolare di Bergamo, in via Venti Settembre.

«Alle cinque, sei del pomeriggio ci si trovava lì in modo dislocato. C’erano quelli che noi si chiamava gli armados. C’eravamo noi impegnati ma meno degli armados. C’era il gruppo delle femministe belle toste e belle convinte. Poi c’erano gli sbalù, che fumavano dalla mattina alla sera senza pensieri, chi si faceva di eroina perché era il periodo in cui incombeva anche quel dramma, e poi c’era il gruppo dei musicisti. Era una sorta di convivenza, uno stacco, anche un po’ armoniosa la cosa, ma con attenzione. La sera poi si arrivava in Città Alta, in piazza Vecchia. Gli armados no, non venivano. Erano già organizzati con un’altra mente».

Bergamo violenta

Lotta Armata per il Comunismo, Proletari Combattenti per il Comunismo, Proletari Armati per il Comunismo, Partito Comunista Combattente, Nuclei Armati Proletari, Comitati Comunisti Rivoluzionari, Squadre Armate Operaie, Prima Linea, Nuclei Armati per il Contropotere Territoriale.

Sono alcuni dei nomi delle organizzazioni armate attivatesi più o meno intensamente nella Bergamasca tra il 1977 e il 1979. Formazioni che sul territorio non arrivano al centinaio di partecipanti, un fenomeno intenso ma minoritario in termini di partecipazione.

Sergio Martinelli è il primo militante bergamasco di Prima Linea a collaborare con la giustizia. Lo chiamavano “computer” per la sua memoria di ferro. «Era uno che si ricordava tutti i peli del culo che avevi» mi ha detto C. Grazie a lui gli inquirenti cominciano a tirare le fila del sottobosco sovversivo bergamasco.

I due gruppi più attivi a cavallo del biennio 1977-’79 sono sicuramente le Squadre Armate Operaie e i Nuclei Armati per il Contropotere Territoriale. Si affermano come gli organismi più strutturati nel movimento spontaneo e non programmato dell’Autonomia.

Il gruppo delle Squadre, di cui fece parte lo stesso Martinelli, è tra i due quello più organizzato. A tutti gli effetti può dirsi “banda armata”, è la costola territoriale di Prima Linea e fa riferimento a Roberto Rosso, dirigente di Prima Linea che coordina le realtà tra Bergamo e Brescia. Sono quelli che F. chiama gli armados

A partire dal 1977 compiono una serie di azioni distribuite tra centro città, distretto provinciale dell’Isola e il resto della bergamasca. Talvolta rivendicano come “Squadre Armate Operaie” talaltra come “Prima Linea”.

Estratto sentenza Processone di Bergamo
Frammento del capo d’imputazione per la partecipazione alle Squadre Armate Operaie (estratto della sentenza del “Processone” di Bergamo, 1982)

18 ottobre ’77 – Dalmine. Assalto alla stazione dei Carabinieri rivendicato da Prima Linea.

6 dicembre ’77 – Bergamo, ore 00:45. Esplode un ordigno alla sede della Democrazia Cristiana. Volantino di rivendicazione firmato “Squadre Armate Operaie”: attacchiamo e chiudiamo col fuoco i covi della iniziativa padronale e del terrorismo antiproletario.

3 giugno ‘78 – Bergamo, ore 07:40 circa. Irruzione nel comando dei vigili urbani di Città Alta. Rubate divise, documenti, una pistola. Scatenato un incendio. Rivendicazione dalle Squadre Armate Operaie. Martinelli rivelerà di sapere che le divise della polizia “potessero tornare utili in eventuali azioni a Milano”.

10 agosto ’78. Attentato alle caserme dei Carabinieri di Ponte San Pietro, Grumello e Zanica. Rivendicazione delle Squadre e dei Proletari Armati per il Comunismo.

30 gennaio ’79 – Bergamo, ore 18. Assalto alla sede della Associazione Provinciale della Proprietà Edilizia (APPE) in piazza Matteotti 9. Durante l’azione viene lanciato un ordigno che un impiegato riesce a scagliare fuori dalla finestra prima dell’esplosione. Il giorno prima il gruppo di fuoco di Prima Linea uccideva a Milano il giudice Emilio Alessandrini. Tra di loro c’è anche il bergamasco Michele Viscardi.

Attentato delle Squadre Armate Proletarie, Eco di Bergamo, anni Settanta
Da L’Eco di Bergamo del 31 gennaio 1979

Nuclei Armati per il Contropotere Territoriale è il gruppo di cui fanno parte C. e una dozzina di persone provenienti da alcune scuole superiori della città, soprattutto dal liceo Lussana e dall’ITIS Esperia. Le riunioni si svolgono inizialmente al “circolo Engels”, la sede dell’Autonomia in via Moroni, fino alla fine del 1978. Poi si spostano in una sala della biblioteca di Monterosso, quartiere di Bergamo. Anche F. ne fa parte, ma con i compagni provenienti da Avanguardia Operaia forma un sottogruppo interno, un nucleo che resta più indipendente.

«I NACT erano una cosa unica, però c’era la parte organizzata da Mauro [il coordinatore, nome di fantasia, nda], mentre noi eravamo nello stesso gruppo ma più distaccati, come dire, separati in casa. C’erano delle discrepanze, non cattive, era un po’ come se ci fossero due linee».

Sergio “computer” Martinelli, durante l’interrogatorio al tribunale di Bergamo, dei NACT ebbe a dire che “era un nucleo di bambini, come lo chiamavamo noi scherzosamente, di spiccata estrazione studentesca”. «A Bergamo tra noi e le Squadre c’era quasi concorrenza», ricorda invece C. «Una corsa a chi dimostrava di essere più duro, a chi faceva l’azione più spettacolare».

Le azioni dei Nuclei Armati per il Contropotere Territoriale:

26 novembre 1978 – Bergamo, ore 2:30: un ordigno esplode contro la sede dell’Istituto Autonomo Case Popolari di via Mazzini. Il fatto è rivendicato da un volantino a firma “Nuclei Armati per il Contropotere Territoriale”, giustificati nell’ambito di una campagna di lotta contro le società immobiliari.

20 dicembre 1978 – Bergamo, ore 23:40: ordigno esplosivo nel cantiere della cooperativa edilizia “Il Vigneto” di via Pacinotti. Azione rivendicata dai NACT e giustificata nell’ambito della campagna contro le società immobiliari. 

18 gennaio 1979 – «La notte di fuoco» ricorda C. «Si erano organizzate più azioni da compiersi nella stessa notte». Ordigni esplodono contro la sede dell’Associazione Esercenti e Commercianti di Bergamo (di proprietà dell’INPS), contro la sede dell’immobiliare Habitat e dell’immobiliare Ferretti, contro la sede dell’ufficio del lavoro di Zingonia. A Ponte San Pietro vengono sparati colpi di Revolver contro l’abitazione del medico INAM dr. Alessandro Lombardi. Almeno un proiettile penetra dalla finestra conficcandosi nell’armadio.

A sparare, quella sera a Ponte San Pietro, è C. in compagnia dell’amico.

«Era la mia prima azione quella. Siamo arrivati a piedi, pensa che professionisti, siamo andati a fare un attentato a piedi! Ho sparato due, tre colpi alla finestra di questo tipo, siamo scappati, ci siamo divisi e siamo tornati a casa, abitavamo entrambi lì vicino. La pistola l’ho nascosta nel giardino del condominio. Il giorno dopo l’ho riconsegnata a un tipo al piazzale degli Alpini di Bergamo e ho fatto una telefonata per avvisare che la cosa era stata fatta. Era la prima volta che vedevo una pistola, ed è stata anche l’ultima. Mi ricordo che era una P38 a canna lunga, una Taurus di fabbricazione brasiliana”.

La P38, icona della lotta armata, le tre dita al cielo dagli autonomi che spuntano tra i pugni chiusi, radici amare che salgono dal terreno della “Resistenza tradita”, dei valori disattesi della guerra partigiana, di un’Italia che ai “figli dei padri” arriva inquinata, corrotta, opprimente, diseguale. Le P38 i partigiani le rubavano ai nazisti. Le P38 diventano simbolo di continuità, di identità.

Il giorno dopo, puntualmente, tutti gli attentati della “notte di fuoco” sono rivendicati dai NACT: Difendere e organizzare il potere proletario. Darsi gli strumenti politici e militari per la sua costituzione.

Bombe a Bergamo, Nuclei Armati per il Contropotere Territoriale
Da L’Eco di Bergamo del 18 gennaio 1979
Attentati a Bergamo, Nuclei Armati per il Contropotere Territoriale
L’Eco di Bergamo, 19 gennaio 1979

Febbraio 1979 – Campagna di intimidazione degli insegnanti “reazionari”. Il gruppo vede nel Pci e nella Cigl gli artefici della chiusura degli spazi di intervento autonomo all’interno della scuola. Il responsabile dei NACT, Mauro, durante un interrogatorio dirà: “[quella chiusura] ci portò ad identificarli come il nemico da abbattere, a studiare e identificare le singole figure fisiche operanti all’interno della scuola in quel ruolo”.

1 febbraio – Bergamo, ore 19. Tentato incendio della Volkswagen di una professoressa del liceo Lussana. Un bidello interviene e riesce a disinnescare il bidone di benzina innescato con clorato di potassio e miccia.

15 febbraio – Bergamo, ore 17. Incendio a mezzo di ordigno incendiario della Fiat 128 di un’insegnante dell’ITIS.

16 febbraio – Bergamo, ore 22. Colpi di pistola contro l’abitazione di una professoressa del liceo Lussana (un proiettile cal. 38 sarà recuperato all’interno dell’abitazione adiacente). 

Sempre Mauro, dagli atti del tribunale di Bergamo:

“Ci fu un’assemblea al palazzetto dello sport nel corso della quale fu bocciata dalla maggioranza studentesca la proposta di espansione generalizzata del sei politico. Decidemmo di costruire un intervento indipendente dal consenso e dall’approvazione maggioritaria e praticamente cercammo di forzare la situazione e di rimetterla in movimento facendo ricorso all’uso della forza”.

Estratto sentenza Processone di Bergamo
Il capo d’imputazione per la partecipazione ai Nuclei Armati per il Contropotere Territoriale (frammento della sentenza del “Processone” di Bergamo, 1982)

22 febbraio – Bergamo. Nella notte esplode un ordigno nell’atrio dell’ITIS Chimici (attuale istituto G. Natta). All’attentato partecipa anche C., quella è la scuola che frequenta.

«A quel tempo la scuola era nuova, i laboratori e le palestre erano ancora in costruzione. Avevo lasciato aperte un paio di finestre in quella zona e siamo entrati da lì. Le porte dentro le abbiamo aperte con le chiavi che avevamo fregato in portineria. Quella sera ho acceso io la miccia, l’ordigno era pentrite. La pentrite era una miccia detonante che serviva anche per sminare i campi».

Quella pentrite arriva da una cava di Stabello, una località di Zogno, in Val Brembana. Gli esplosivi si rubavano dalle cave nelle valli. Dall’interrogatorio di Mauro sulla faccenda:

“Preciso che utilizzammo circa otto etti di miccia detonante di pentrite: questo materiale faceva parte di uno stock di quattro rotoli di pentrite per complessivi sette, otto chili cadauno, di una scatola da cento detonatori e altro materiale che era stato rubato, in un’unica circostanza, nell’ottobre del 1978, dalla polveriera di una cava posta all’inizio della strada per Stabello [frazione di Zogno, Val Brembana].

«Allora in quei casi si diceva andiamo a funghi» dice C., poi prosegue col racconto di quella sera.

«Praticamente ho messo questo filo di pentrite attorcigliato al manico di una scopa, con un pezzetto di miccia. Il calcolo era che un metro di miccia ti dava una decina di minuti per scappare. L’abbiamo messa in segreteria, ho acceso, siamo usciti. È esplosa. Non pensavo fosse così potente. Fuori c’era chi ci aspettava e ci ha portato via, a casa di un’amica».

Attentato all'istituto Natta di Bergamo, fine anni Settanta
Da L’Eco di Bergamo del 23 febbraio 1979

Il giorno dopo alle 8 in punto è davanti a scuola.

«È stato uno dei pochi giorni in cui arrivavo in orario. Abbiamo visto quello che avevamo combinato: al momento ti sentivi esaltato, forte, perché avevamo colpito quello che per noi era un simbolo di repressione, ci sembrava un successo. Poi alla fine pian piano vedevi che le file si assottigliavano, che rimanevi sempre più solo, sempre più radicato a posizioni sempre più estreme che portavano, praticamente, all’isolamento».

8 marzo 1979 – Bergamo. Un ordigno esplode all’esterno del cinema a luci rosse “Ritz”. Fatto rivendicato dai NACT e inserito in una tematica di “liberazione della donna”. Parte del volantino di rivendicazione recita: Fuoco ai bordelli della borghesia, distruggeremo la pornografia.

4 maggio 1979 – Bergamo, ore 23:30 circa. Lanciato un ordigno all’ingresso dell’abitazione del direttore del carcere Rocco Trimboli. Secondo le dichiarazioni processuali il direttore delle carceri “pretendeva favori dalle mogli, dalle sorelle, dalle fidanzate dei detenuti per favorirli”.

C. partecipa all’azione, insieme ad altri due si reca di fronte la casa con l’auto di suo padre. «Dovevamo usare un’altra auto che alla fine non c’era. Guidavo io, sono arrivato al piazzale della Rocca, in Città Alta, ho fatto inversione, un altro è sceso e ha lanciato il pacco. Quello era tritolo. Quando poi, più avanti, mi hanno trasferito al carcere di Bergamo ero un po’ preoccupato. Penso lo sapesse che c’entravo qualcosa». 

L’attentato a Trimboli scatena il risentimento delle Squadre Armate Operaie. Avevano puntato il direttore del carcere, per quattro volte provarono a ucciderlo appostandosi in attesa fuori dalla sua e abitazione, per quattro volte non erano riusciti a concludere l’azione. Con lo scoppio dell’ordigno accusano i Nuclei di aver “bruciato” l’obiettivo.

«Gli avevamo salvato la vita con quella cosa, praticamente» taglia corto C. «Quelli delle Squadre si erano incazzati, erano arrivate minacce. D’altra parte loro erano più numerosi, più organizzati. Noi al confronto eravamo ragazzini».

A metà degli anni Ottanta Rocco Trimboli sarà arrestato per vari reati: concussione, peculato, truffa, procurata evasione, detenzione di stupefacenti e omissione di atti d’ufficio. In questo video lo si vede ospite di Enzo Biagi nel 1983. 

L’ultima linea: un punto

È il 13 marzo 1979, sono da poco passate le 19. Due membri dei Nuclei, del sottogruppo di cui fa parte F., si presentano di propria iniziativa al civico 9 di via Donizetti, in Città Alta. Sono E. e N.

All’interno del palazzo si trova l’ambulatorio del dr. Gualteroni, il medico del carcere di Bergamo. Qualcuno ricorda di averli visti indugiare davanti al portone, come se non fossero convinti di entrare. Alla fine quella soglia la varcano. 

«Io vivevo con Enrico» racconta F. «Eravamo belli convinti, anche perseguitati ti dirò, ogni due per tre avevamo polizia e carabinieri a casa a romperci le scatole. Abbiamo vissuto sei anni insieme, abbiamo fatto di quelle risate, di quelle vaccate: la bella convivenza. Abitavamo in tre. Allora si abitava in via dei Carpinoni, vicino a via Carnovali, in attesa di un’altra casa. Di fatti poi l’abbiamo trovata, ma è successo quella cosa, ed è saltato tutto».

E. e N. cercano il dottore, vogliono gambizzarlo all’interno dell’ambulatorio, ma tra la gente che aspetta c’è il carabiniere Giuseppe Gurrieri con il figlio.

Carabiniere ucciso a Bergamo, fine anni Settanta
Da L’Eco di Bergamo del 14 marzo 1979

«E succede un guaio», d’un tratto F. abbassa la voce. «Ma ci dovrebbe essere un preludio. Questa cosa viene fatta da loro – mi viene da parlare piano, abbi pazienza – all’insaputa di tutto il resto del gruppo. Loro due decidono sta cosa perché un compagno, un po’ teppista, un po’ rapinatore, era stato ferito durante una rapina e conciatissimo viene lasciato fuori dall’ospedale, gli amici medici non potevano intervenire, era grave la cosa… Sto andando troppo profondo?» mi chiede.

«…Viene lasciato lì e questo medico decide che nonostante abbia bisogno di cure e attenzioni particolari, lo manda in carcere. Da lì nasce questa vendetta di due persone del gruppo. Ripeto: a nostra insaputa».

Dopo qualche giorno la polizia arresta due ragazzi. «Prendono loro che avevano procurato la moto, questi raccontano, e prendono E. che nel frattempo era scappato a Carrara dal nostro terzo convivente».

F. racconta di una Bergamo in confusione totale, della città “bianca” che per l’ennesima volta cade dal letto durante il sonno. Questa volta però è diverso. «Lì è, veramente, saltato tutto. Bergamo è stata veramente messa sotto tiro da un punto di vista militare, non facevi uno starnuto che non ti arrivassero addosso».

E infatti, sei mesi dopo dalla condanna di E., scatta il mandato di cattura per F., arrestato il 17 dicembre 1979. «Mi beccano dicendo che sì, avevo una copertura e un alibi di ferro, ma che ero comunque imputabile di concorso morale nell’omicidio del carabiniere, la cosa peggiore da cui difendersi».

«Ti arrestano solo per la vostra convivenza?» chiedo, qualcosa mi sfugge.

«No, beh, c’erano altre cose. Sono stato coinvolto da pentiti che non erano nel nostro gruppo ma che si erano prodigati con la lingua a raccontare cose». E non aggiunge nient’altro a riguardo, se non che da quel momento lo prendono, lo legano, lo fanno saltare come un lippa da un carcere all’altro: Lecco, Sondrio, Piacenza, San Vittore, Verona.

«Me ne hanno fatte vedere un bel po’, ma ho raccolto anche delle cose belle, veramente umane, amicizie e condivisioni veramente importanti, credimi. Poi penso che le parole possano non bastare per descrivere cosa vuol dire non avere libertà ed essere in carcere. È indescrivibile. È come se io ti raccontassi un sapore che tu non hai mai provato: posso essere dettagliato, particolare, ma non basta”.

F. viene scarcerato il 10 maggio 1982. Il Processone di Bergamo si concluderà da lì a due mesi, il 5 agosto 1982 – si era aperto sei mesi prima. 133 imputati, dal lanciatore di molotov al pluriomicida, e poi pentiti, irriducibili, indecisi.

È un colpo di spugna che candeggia Bergamo e la riporta al bianco splendente che tradizionalmente gli compete. Gli anni Ottanta sono in marcia: il riflusso, la fine del movimento operaio, la marcia dei quarantamila, la ristrutturazione di fabbrica, Reagan, la Thatcher, la TV commerciale, i panini di McDonald, le griffe, l’apriti sesamo del disimpegno.

 

Fonti:

– Interviste a C. e F., raccolte rispettivamente il 12.1.2017 e il 13.1.2017 a Bergamo

– Estratto della sentenza pronunciata il 5.8.82 dalla corte d’Assise di Bergamo nel processo n. 5/81 (elenco imputati – imputazioni – elenco dispositivo – sentenza)

– Documento XXIII n. 5, volume ottantaseiesimo della relazione della “Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani, sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia” – Senato della Repubblica, Camera dei deputati – VIII legislatura.

 

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