Quando la morte è vita apparente: Ermano Bianchi, tassidermista

Testo di Matteo Parmigiani
Fotografie di Giovanni Pedrazzini

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Mi lascio alle spalle il Cimitero Monumentale di Milano e tutti i suoi ospiti. Ho passato qualche ora ad interrogare i morti ma adesso devo provare a guardare oltre.
Prendo la metro. Linea uno, la rossa. I vagoni sono semideserti, anche se il lavoro sta riprendendo, molti hanno ancora paura dell’epidemia. Arrivato a Porta Venezia salgo la scala mobile che mi riporta in strada. Esco e attraverso viale Majno. Non c’è traffico. Raggiungo il parco titolato a Indro Montanelli, il Museo civico di storia naturale di Milano si trova lì. Prima il parco accoglieva anche uno zoo, chiuso poi nel novantadue. Alcuni degli animali che lo abitavano si trovano adesso nel posto dove sto andando.
Al museo c’ero già stato tempo fa, come visitatore. M’è sempre piaciuta l’atmosfera di quel luogo; la facciata neogotica che sbuca tra gli alberi e si affaccia sul corso, col rosso acceso delle arcate delle finestre che contrasta sul bianco del muro. Uno dei più importanti musei naturalistici d’Europa, a poche fermate di metro da casa.
Vagando per le ventitré sale si vede di tutto; dai minerali agli artropodi. Minuscoli fossili e giganteschi scheletri di dinosauri. Ma oggi sono qui per colui che sta dietro alle teche e ai diorami.
«Aspetti» mi dice la guardia vedendomi all’ingresso. Mi fermo sul ciglio della porta colpito dai raggi del sole di settembre. L’estate sta per tramontare anche se l’afa pesa ancora. Il parco ha già cominciato a ripopolarsi; ragazzini che si godono gli ultimi giorni prima della scuola, mamme che spingono passeggini, runner e cani liberi dai guinzagli. Dentro al museo invece i visitatori sono pochi. Si può accedere alle visite solo due giorni a settimana e con prenotazione. La guardia ricompare impugnando un termometro a infrarossi. Due occhi mi spiano da sopra la mascherina in tessuto colorato. Mi punta la pistola alla fronte e preme. Con gentilezza mi tranquillizza.
«Trentasei e quattro. Va bene.»
«Sono qui per incontrare l’imbalsamatore» dico.
Mi fanno aspettare nell’atrio. Pochi minuti e compare Ermano. Capisco dalle rughe intorno agli occhi che mi sta sorridendo da sotto la mascherina. Ci stringiamo la mano violando le norme anti-Covid. Mentre gliela stringo penso a quello che fa e che tocca. È la prima volta che ho a che fare con uno di quel mestiere e non so bene come fare. «Vieni» mi invita. Lo seguo oltre l’ingresso. Aggiriamo l’accoglienza e le casse e imbocchiamo le scale che portano al piano inferiore.

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«Il laboratorio di tassidermia è di qua.»
Mi guida attraverso il cortiletto. Mentre lo seguo mi accorgo di non essermi mai soffermato più di tanto sulla parola e su quanto suoni strana. TASSIDERMIA. Cinque sillabe. Due parole greche che quando pronunciate evocano una scienza antica e misteriosa. Eppure il significato è molto semplice e unico.
Taxis-dèrma, sistemare la pelle. Questo è il significato, e il suo lavoro. Tutte le mattine viene da Sesto San Giovanni per farlo. Prima usava i trasporti pubblici ma da quando c’è l’epidemia preferisce la moto, più veloce, più sicura.
Entriamo nel laboratorio, una grossa stanza al piano terra con al centro un tavolone color marmo e alle pareti degli armadi stipati da scatole e barattoli. Strumenti di lavoro, bisturi e cucchiai, per tagliare e raschiare dai corpi inermi. Intravedo sul fondo la porta di una cella frigorifera. 
«Qui sopra lavoriamo gli esemplari» dice Ermano poggiando la mano sul tavolo.
«E come ci arrivano?» la domanda mi esce spontanea.
«Dipende, alcuni muoiono di vecchiaia negli zoo o nei parchi e ce li mandano. Altri restano vittime di incidenti. Ci sono casi di esemplari donati da privati. Per fortuna la caccia sta sparendo e qui accogliamo principalmente animali che hanno fatto il loro corso naturale.»

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Ci accomodiamo su due sgabelli distanti tra loro, questo permette di toglierci le mascherine. Ermano ha 64 anni e due occhi placidi che mi trasmettono subito armonia. Avevo immaginato quel laboratorio come un macello buio e soffocante e lui come una sorta di macellaio dal sangue freddo. Mi ritrovo in uno spazio ben pulito, leggero e accogliente. E di fronte ho un artigiano paziente. Chiedo come si sia trovato a fare questo lavoro. Sorride.
«Ho passato l’infanzia tra le campagne lodigiane, la familiarità con gli animali è una cosa che mi accompagna da sempre. Ai miei tempi era più facile incontrare cacciatori e quando vedevo uccidere uccelli come i falchi o altri mi prendeva una gran tristezza e dispiacere. Ne recuperavo i corpi e provavo a sistemarli, difenderli dal tempo. Insomma, cercavo di dargli un briciolo di… eternità.»
Mi rendo conto che davanti ho un uomo innamorato del suo lavoro, e più ancora di quelle creature.
Taxis-dèrma. Forse è qualcosa di più che sistemare pelli, penso.
«Purtroppo alcune specie sono in via d’estinzione, altre lo sono già. In questo modo, nel museo cerchiamo di tenerli vivi almeno nella memoria.»

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Sono bastati pochi minuti perché la mia percezione del mestiere sia già stata stravolta. Mi dice che non esiste una vera e propria università per tassidermisti. Ha iniziato da solo, da piccolo, poi ha incontrato e seguito il tassidermista della ditta Grasselli, il professionista che gli ha insegnato il mestiere. Passione, creatività e tanta, tanta pazienza. Nell’ottantasei entra a lavorare nel museo. Mentre lo ascolto qualcosa dentro di me si rimesta; sono nato nell’ottantasei, quando quest’uomo iniziava a lavorare qui. Il tempo si ferma per gli animali, certo non per chi li impaglia. Da allora ha “trattato” più di trecento esemplari, esposti nei circa venticinque diorami (gli habitat ricostruiti nei quali vengono esposti imbalsamati) sui due piani del museo.
Lo sguardo mi cade su una capra tibetana. La posizione è quella dell’animale che scala una roccia. Le zampe incollate al basamento, il pelo crespo tra il marrone e il fulvo e le corna che si alzano arricciandosi su sé stesse. Ma la cosa che mi colpisce di più sono gli occhi, persi nel vuoto, come se fossero tornati dall’aldilà e provassero a raccontare cos’hanno visto. Le montagne che con quegli zoccoli ha scalato, l’erba macerata con quei denti. Tutti attimi rapiti e riportati lì, nel laboratorio.

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«L’esemplare è quasi pronto» lo indica Ermano leggendo i miei pensieri. «Pelle corna e occhi sono finiti.» Resto impressionato dalla cura dei dettagli; la posizione realistica del corpo inclinato verso il basso. Sembra di poterlo carezzare vivo.
Taxis-dèrma. L’esemplare è morto, ce l’ho davanti.
Gli chiedo come faccia a mantenere il pelo così vivo e la posizione naturale. Si mette comodo e comincia a raccontarmi il procedimento. Prima le foto, per poterli riprodurre in tutti i dettagli, posizione e composizione. Dopo le foto si passa alla scuoiatura. Effettua tre incisioni, una sulla pancia e due sulle zampe. Mentre mi parla si abbassa e le indica. «È più facile ricucire e nascondere le cuciture dopo» continua. La scuoiatura è la parte più difficile, dice. La pelle, tolta dal corpo, va fatta seccare e assottigliata. È il procedimento che richiede più tempo. Mi mostra anche un contenitore dove si fanno bollire le ossa, per farle tornare bianche, poi vengono numerate e archiviate. 
Anche il trattamento delle ossa può creare dei problemi. Come quella volta che è arrivato un capodoglio, si era arenato a Forte dei Marmi. Tredici metri per diciannove tonnellate. Hanno dovuto creare un’enorme vasca, Ermano è riuscito a salvare le ossa, ora esposte nella sala dodici.

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Ci alziamo e ci spostiamo al centro della sala. Qui Ermano racconta dell’aspetto più “artistico” del suo lavoro. Mi mostra una testa di ghepardo totalmente bianca. La tocco con l’indice. Poliuretano espanso. Prima si creavano manichini in gesso o paglia e li si rivestiva con la pelle trattata. Ma il poliuretano è decisamente meglio. Una schiuma modellabile alla quale si può dare qualsiasi forma, anche quella della vita precedente. Pronta la sagoma, Ermano ci cuce intorno la pelle e li posiziona nei diorami. Possono esserci scene di caccia o di pascolo, animali solitari o in branco. Ma questo tipo di trattamento non lo si può fare sempre. Ci sono animaletti, rettili o pesci, dagli arti talmente piccoli che non possono essere tagliati e ricuciti. Per quelli basta un calco che poi Ermano colora. Afferra una salamandra abbandonata in un angolo e mi indica le minuscole zampe.
«Vedi?» Da come lo racconta capisco che è la parte del lavoro che lo entusiasma di più.
«Mi sfugge una cosa però» gli chiedo: «gli occhi.»

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Mi supera e prende una scatola dall’armadio vicino al muro. Estrae un sacchetto. «Ecco.»
Piccole sfere di cristallo mi osservano dal palmo della sua mano. Sono di dimensioni varie, le pupille colorate a mano. Alcune hanno anche le vene rosse. Lo immagino piegato sul tavolo con colori e pennello, intento a creare tutti quegli sguardi. Li ripone nel sacchetto con cura paterna e mi invita a seguirlo alla porta della cella frigorifera.
«È qui che li teniamo in attesa.» La apre. Una nebbiolina gelida mi carezza le caviglie. La cella è piena di pacchi di cellofan. Sono i corpi degli animali che attendono d’essere lavorati. Ce ne sono ancora tanti. Prende un serpente, forse un pitone. Lo posa e indica dei sacchetti sopra un ripiano piuttosto alto. «Quelli sono uccelli di varie specie, vengono dall’America Latina. Una brutta storia. Erano oggetto di un traffico clandestino. Dei collezionisti privati che volevano abbellirsi la casa. La guardia forestale è intervenuta bloccandoli e sequestrando gli uccelli. Ci hanno chiesto di tenerli fino al processo e finito quello hanno deciso di regalarceli.»
Lo sguardo di Ermano si fa più mite. «Non credo di riuscire a lavorarli tutti io. Forse chi verrà dopo di me. Ma chissà…»
La cella si richiude sugli animali congelati. Sarà il Comune di Milano a dover trovare un sostituto a Ermano, qualcuno che dia nuova vita a quegli esemplari.

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Mentre mi accompagna all’uscita mi racconta di quando da piccolo veniva a visitare lo zoo del parco. Tra gli ospiti c’era una elefantessa di nome Bomaby. Era tra gli animali preferiti dal piccolo Ermano. Anni dopo, nell’Ottantotto, chiuso lo zoo, se l’è trovata sul tavolo di lavoro, senza vita. Stavano per portarla ad incenerire. Ne avevano salvato solo la testa. Ermano ha potuto ridarle anima preparandola per un diorama. La si può vedere tutt’ora, immersa in un fiume dove, con la proboscide bagna il suo piccolo. 
Saliamo le scale e torniamo all’entrata. Le teste di due alci appese alle pareti. Mi scrutano mentre ci passo sotto, sono imponenti. Raggiungiamo la porta e ci salutiamo. Finirà quello che sta facendo e, come ogni sera, tornerà a casa dalla compagna.
Fuori la vita è ripresa. Tutti corrono rapiti dalle incombenze di ogni giorno. Ripenso al luogo nel quale sono appena stato; un santuario immobile nel tempo. Nessuno può più correre, nessuno respira, nessuno si affanna. Dentro c’è solo vita apparente, l’unica destinata a durare.

***

L’autore
Matteo Parmigiani, nato a Crema nel 1986 e cresciuto tra la campagna e la riva del fiume Adda. Si laurea nel 2011 in Scienze Politiche all’Università degli studi di Milano, città dove vive e lavora.
Collabora con diverse riviste dove i suoi racconti sono apparsi negli ultimi anni.

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