Il lepiguro

    di Luca G. Manenti
    illustrazione di Michele Rota

    Scesi la stretta scala a chiocciola tenendomi al corrimano traballante. Giunto al piano inferiore della biblioteca, debolmente rischiarato da alte finestre ogivali, m’accolsero dedali di scaffali ingombri di volumi, corridoi in cui giacevano, sparpagliati a terra, calendari e mappe, nicchie ricolme di stampe, anditi stipati di cartigli, tavoli su cui stavano impilati dizionari, cataloghi, inventari, lessici, atlanti: tutti titoli osceni, colpiti da interdetto. M’avventai con appetito sul quel banchetto di rarità. Sfogliai La Musa lapidaria di Domenico Lazzaretti, poema di filosofia diabolica; Il tesoretto inesauribile per delittuosi di Guglielmino De Zerbi, manuale a uso degli assassini; l’introvabile Essenze de’ giardini ascosi di Sebastiano Ferrarese, trattato alchemico per la fabbricazione di veleni; la Storia dei mostri umanidi Anton Giulio Ximenes, che raccoglieva le descrizioni anatomiche, colte dal vero durante le autopsie, di blemmi, sciapodi e panozi.
    La pietanza succulenta per eccellenza m’inondò di gioia. Che stupore, che indicibile meraviglia quando mi cadde l’occhio sulla costa a caratteri dorati dell’Allegoria malefica di Giovan Battista Ferla! Archivista, poligrafo, studioso d’arte occulta, costui era l’autore di un testo di negromanzia considerato il non plus ultra sull’argomento, il compendio definitivo e, a detta universale, quant’altri mai pericoloso, da consultare con massima cautela: sulfureo, maledetto, meritatamente inserito nell’Index librorum prohibitorum. Il colofone recitava: “In nessun luogo – a.f.d. 1644”, dove la “f”, un refuso in apparenza, era invero un’aggiunta dall’inequivocabile significato: “anno falsi domini”: così andava sciolto l’acronimo blasfemo.
    L’apersi con irreligiosa devozione. Le pagine, intatte e bianchissime, recavano miniature di sublime fattura, dai colori accesi, accompagnate da didascalie in italiano antico. Secondo la vulgata, le lettere erano vergate in inchiostro “abominevole”: una mistura d’ingredienti illeciti, fra cui secrezioni ghiandolari estratte da corpi vivi di fanciulle. Non so se fosse vero; so però che il nero del corsivo, dalle sfumature cangianti, si stagliava barbagliando sulla carta preziosa, ruvida al tatto, decorata con immagini e simboli stupendi e orripilanti: unicorni, chimere, ippogrifi, arpie si alternavano a forme geometriche vertiginose, stelle a dieci punte, triangoli seghettati, poliedri marcati da cifre misteriose, ideogrammi in stile astruso.
    Lessi e guardai. Guardai e lessi. Non so per quanto. A lungo. Molto a lungo. Fino a quando mi fermai sul punto più immondo dell’opera, che gli esorcisti sapevano usato nei rituali demoniaci: l’ode al lepiguro, animale infernale portatore di disgrazie, a cui il Ferla aveva dedicato un sonetto dalle rime irripetibili. Scorso ch’ebbi i versi, di cui nulla ricordo, se non il senso di nausea che mi procurarono, mi soffermai a contemplare il disegno della bestia ripugnante: dal flaccido corpo ad anelli, squamato e iridescente, si staccavano sei zampe di pelo giallo croco, terminanti con zoccoli caprigni. Sul dorso erano confitte due ali membranose e trasparenti, larghe, piegate a tettoia e dai bordi dentellati. La criniera di vipere e ceraste ricadeva, schifosa e grassa, sul muso liscio, cenerognolo, fatto a punta, dalle ampie nari, munito d’antenne bianchicce e filiformi, incattivito da due pupille cerchiate da rote di fuoco, che il miniaturista avevano reso – e con che maestria! – quasi vive, profonde e oscure, di un’oscurità infinita e disturbante. Affondato il mio sguardo in quello, patii un strazio acuto e tormentoso.
    Sconvolto, tentai di chiudere il pesante libro, che reggevo con ambedue le mani. Ma fallii. Una forza sconosciuta s’opponeva, impedendomi di porre fine alla tortura. Durai fatica a sollevar la testa, senza riuscirvi. Di sottecchi scorsi i muri della stanza sporsi e rinculare, mentre il drago m’attirava prepotente. Notai che le ombreggiature del lepiguro mutavano non a guisa ch’io spostassi l’inclinazione del volume, o cambiassi l’angolo visuale, ma di per sé, come se quella fiera rivoltante s’animasse, cercando d’evadere dalla gabbia pergamenacea. Per la prima volta da tempo immemorabile, cercai nei miei precordi un residuo di fede in dio, la scintilla del ravvedimento. Scavai nelle interiora dello spirito, frugai nel sacco molle della coscienza. Trovato il calore della virtù, rinvigorito dalla grazia proveniente dal Bassissimo, riprovai a unire, spingendo l’una contro l’altra, le parti aperte del tomo, da cui faceva capolino, annunciato da un urlo agghiacciante, il ceffo sconcio della lurida creatura. Lottando furiosamente, digrignando i denti, paonazzo dall’affanno, finalmente serrai le due facciate, schiacciando il collo del lepiguro ormai proteso infuori. Sfinito, caddi svenuto al suolo, come corpo morto cade. L’indomani partii per il tempio d’Esagila e resi onore a Marduk.

    ***

    L’autore
    Luca G. Manenti è nato nel 1974 in un paese della bassa padana, ma da tempo vive a Trieste. Quando non scrive di storia scrive racconti. Ne sono apparsi su Rivista Blam, Coye, Clean, Il Mondo o Niente, Smezziamo, La nuova carne. Altri arriveranno.

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