La data

di Fiorella Malchiodi Albedi
illustrazione di Michele Rota

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La radiosveglia, puntata alle 6.50, prese a suonare su una stazione che trasmetteva musica classica. Il volume, all’inizio molto basso, cresceva via via fino alle 7, ora in cui doveva alzarsi, per consentirle un risveglio graduale, non troppo traumatico. Ma quella mattina era ancora profondamente addormentata, quando la voce disse: «Sono le 7 in punto di martedì 23 marzo». Quelle parole suonarono squillanti nel suo orecchio. «Oddio, oggi è il 23!». Si mise a sedere sul letto, controllò lo schermo della radio-sveglia, e sì, diceva proprio 23 marzo, ore 7.00. Quei segni rossi e luminosi la ipnotizzarono, per un momento. Rimase a fissarli immobile, inebetita, mentre quella data le riecheggiava nella testa, finché scattarono le 7.01. Si riscosse. Il 23 marzo… Ma certo, era la data di… Il giorno in cui doveva fare… In cui doveva andare… Niente, per quanto si affannasse, proprio non le veniva in mente. «Accidenti, che memoria di merda!» imprecò tra sé e sé. Perché era sicurissima che quel giorno fosse importante, che dovesse accadere qualcosa di ben noto, un evento da tempo pianificato… Ma quale, non c’era verso di ricordarlo.
«Calma», si disse, «ragioniamo». La data sembrava scolpita nella sua testa, e quindi, se era così vitale, sicuramente ne aveva preso nota. «Certo, che sciocca, il calendario».
Si alzò e corse in cucina. Il calendario era appeso sul pensile sopra il microonde. Scorse le date con il dito. C’erano segnati la visita dal dentista il 17, la lettura del gas il 21, il compleanno di sua cugina Orietta il 27… Ma niente, in corrispondenza del 23 non c’era alcun appunto.
Allora, forse, aveva segnato l’impegno sul computer del suo studio. Pessima abitudine: significava che non avrebbe scoperto quale fosse finché non avesse acceso quell’accidenti di PC! E sicuramente era un appuntamento importante, se la data le era rimasta così impressa, e poteva anche essere alle 9 o magari prima, e quindi doveva prepararsi in fretta, cosa che detestava. Le toccò prendere l’autobus nell’ora di maggiore affollamento, mentre il disagio per quel vuoto che non riusciva a colmare continuava a crescere. Aveva dato per scontato che fosse un incontro di lavoro, ma se invece si fosse trattato di qualcosa di diverso? E se fosse stato in un altro luogo della città, lontano dal suo ufficio? Poteva essere già in ritardo. Magari c’era qualcuno che la stava già aspettando. Non si capacitava di non riuscire a ricordarlo. Riprese a bestemmiare sottovoce. Quella giornata cominciava decisamente male.

Arrivò al lavoro alle otto e mezza, trafelata, e mentre il computer caricava lentamente riprese a considerare tutti i possibili incarichi che poteva avere: riunioni, commissioni, seminari ma di nuovo non ricordava niente di speciale. Finalmente si accese la schermata d’inizio, cliccò sul calendario e lì ebbe la conferma ai suoi sospetti: la casella del 23 sbrilluccicava, bianca e intonsa, unica in mezzo a una griglia fitta di annotazioni. Non solo non c’era nessun evento segnato, non c’era scritto niente di niente, come se quella fosse una giornata festiva! Eppure quella data risuonava nella sua testa come se l’avesse ripetuta più e più volte, proprio per tema di dimenticarla, ma cosa poteva essere? Lo sconforto l’avvolse. La sua memoria cominciava a mostrare segni di cedimento preoccupanti. Decise di smettere di pensarci. L’ansia per quella dimenticanza, o anche forse la fretta con cui era arrivata al lavoro, le avevano causato un fastidio quasi fisico, un senso di nausea, una dolenzia vaga alla bocca dello stomaco. Si mise a lavorare. Si disse che se proprio aveva un impegno importante, e aveva dimenticato di appuntarlo, l’avrebbero cercata, lei avrebbe trovato una scusa, e tutto si sarebbe aggiustato. Ma questo non bastò a placarle l’inquietudine.

Il resto della giornata passò liscio. Nessuno squillo impaziente del telefono, nessuna email piena di punti interrogativi. Riuscì a combinare qualcosa, anche se appena abbassava la guardia, quel “23 marzo” ricominciava a ronzarle nelle orecchie e ad angustiarla. Vedeva il suo destino segnato dalla china di un progressivo declino delle sue capacità mnemoniche. Il senso di peso allo stomaco la tormentò per tutto il giorno.

Finalmente arrivò la sera, senza che fosse riuscita a capire perché quel giorno le suonasse così importante. Decise di mangiare qualcosa di leggero, la nausea ancora la disturbava, e di andare a letto presto, ma quando fu sotto le coperte, capì che non sarebbe stato facile addormentarsi. Cominciò a leggere qualcosa, ma l’attenzione stentava a seguire la storia. Si alzò per bere e dalla finestra della cucina guardò il cielo, ormai di un blu scuro privo di stelle. Il 23 marzo stava finendo, eppure il malessere per non aver ricordato il significato di quella data continuava a opprimerla… Si arrese, non rimaneva che prendere le gocce. Versò un po’ d’acqua nel bicchiere e cercò il flaconcino. Quanto lo adorava, quel piccolo contenitore di vetro, che conteneva la salvezza da tutte le sue preoccupazioni! Mise il contagocce verticale, di fronte alla luce del lampadario. La goccia si allargava lentamente alla sua estremità e quando stava per staccarsi, diventava improvvisamente luminosa, una stellina che partiva per il suo breve viaggio verso l’acqua nel bicchiere, dove si dissolveva all’istante. A volte pensava che quel rito avesse la capacità di placare le sue ansie più del farmaco. Bevve rapidamente, tornò a letto, spense la luce, chiuse gli occhi. Presto il pensiero del 23 marzo e della sua memoria fallace non sembrarono più così sconfortanti. Si assopì rapidamente.

Quando la fitta la trafisse, proprio sotto lo sterno, le sembrò di essersi appena addormentata. Rimase senza fiato. Era un dolore forte e cupo; le sembrava che una mano le avesse afferrato le viscere, e che le stringesse, con artigli affilati che penetravano nella carne. Non aveva mai provato una sofferenza simile. Si chiese se avesse mangiato qualcosa che le aveva fatto male, ma termini come indigestione, o acidità, perfino gastrite, erano quasi familiari, amichevoli, certamente poco preoccupanti. Cosa potevano aver a che fare con quel dolore così graffiante, e soprattutto con quel senso di panico che l’aveva colta? Doveva cercare aiuto, ma a malapena riusciva a respirare. Tentò di alzare un braccio per raggiungere il cellulare sul comodino ma il dolore la paralizzò. Riusciva a muovere solo la testa. Guardò la radiosveglia, era quasi mezzanotte. Distolse lo sguardo ma un pensiero la raggelò. Tornò a fissare lo schermo. I caratteri luminosi, nella loro impassibile immobilità, immersi nell’oscurità della stanza che sembrava cingerli d’assedio, dicevano 23 marzo, ore 23.58. Quella cifra, reiterata… Una sensazione di disperata ineluttabilità la invase. Improvvisamente, tutto acquistò un senso ed ebbe la certezza, fermissima quanto irragionevole, che l’unica salvezza era resistere per quel minuto, minuto e mezzo che mancava alla mezzanotte, quando tutti quei numeri minacciosi che segnavano l’ora si sarebbero trasformati in quattro zeri inoffensivi e gli odiosi 23 sarebbero spariti. Fissò le cifre, ancorata a quell’unica speranza, finché tac, scattò il 59; per un attimo riacquistò la fiducia, sì, poteva farcela, mancava così poco, doveva resistere solo un ultimo minuto, anche se il dolore si faceva sempre più intenso. Ma l’oscurità premeva contro le lucette rosse che tentavano disperatamente, come lei, di resistere. Guadagnava terreno, secondo dopo secondo. Finché il buio ruppe ogni argine, e tutto fu ingoiato in un buco nero.

***

L’autrice:

Fiorella Malchiodi Albedi vive a Roma, è un medico e da alcuni anni scrive racconti (Il Paradiso degli Orchi, L’irrequieto, Verde, Inkroci, Narrandom, Risme, Malgrado le mosche). La sua prima raccolta, Caldo cosmico, è uscita nel 2018 (Eretica Edizioni). Il racconto Caldo cosmico è tra i 15 finalisti del premio Zeno 2019.

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