Questioni di sicurezza – Il congresso dei Testimoni di Geova

di Mirco Roncoroni

I Testimoni di Geova sono la terza confessione cristiana più diffusa in Italia, eppure vivono la riluttanza del mondo esterno come, forse, nessun altra confessione. Siamo stati al congresso organizzato al MiCo di Milano, per conoscerli da vicino, senza pregiudizi.

UN INVITO PER TE
CONGRESSO DEI TESTIMONI DI GEOVA
“L’AMORE NON VIENE MAI MENO”
2019

Le dita dell’ispettore rigirano l’invito. È un piccolo volantino ripiegato, la riproduzione in miniatura dei manifesti appesi ai cancelli d’ingresso del MiCo – il centro congressi di Milano, zona City Life, su cui il torracchione del gruppo Generali si staglia come la torre oscura di una Mordor riqualificata, renderizzata.
L’invito e il manifesto riportano le date degli incontri, lo slogan dell’evento e un’illustrazione in perfetto stile Torre di Guardia: volti e sorrisi scolpiti dalla luce, saluti serafici, abbracci, strette di mano.

«Questo è il suo invito quindi…» chiede l’ispettore.
«Esatto». E racconto della breve conversazione citofonica con due Testimoni di Geova avvenuta un paio di settimane prima, l’invito al congresso lasciato nella cassetta della posta, la curiosità e l’idea di farci davvero un giro: si tratta della terza confessione cristiana più diffusa in Italia e vivono la riluttanza del mondo esterno come, forse, nessun’altra. Almeno finché i musulmani non cominceranno a suonare i citofoni.
Perché non abbattere la barriera allora, e per una volta suonare alla loro porta?

«Dunque, mi racconti bene cosa è successo all’interno.»

L’ispettore ascolta imperturbabile, con un’austerità che è una caverna buia ma in qualche modo accogliente. È in borghese, una maglietta di cotone grigio gli impacchetta i pettorali che hanno tutta l’aria di essere sollecitati di frequente e che esplodono in braccia-tronchi ricoperte da pelle-corteccia. La mascella riluce della stessa potenza. Sembra fatto di tutt’altra pasta rispetto agli agenti che aspettano dietro di lui, due in divisa e un terzo in borghese, tra una volante della Polizia di Stato e una Punto nera di servizio.

«Favorisca i documenti al collega nel frattempo» dice.
L’altro agente in borghese si avvicina, si identifica aprendo un portacarte con un distintivo. A differenza dell’ispettore la sua consistenza è più ordinaria, familiare, è un agente di polizia ma sarebbe altrettanto credibile nei panni di un medico, di un tecnico informatico, di un professore di economia aziendale.
«Ora le spiego…», il tono è amichevole. «Siamo stati chiamati e dobbiamo capire cosa è successo, tutto qui».
«Dunque» riprende l’ispettore, «mi racconti bene cosa è successo all’interno».

***

È ora di pranzo. Il grande padiglione al piano terra brulica di persone vestite per la miglior domenica dell’anno in un sabato di luglio. Giacche, cravatte e camicie, capelli scriminati e volti sbarbati, tailleur e camicette, abiti da sera e acconciature in piega, profumi e voci d’ogni tipo e a ogni petto un tesserino con nome, cognome e la stessa illustrazione sul manifesto all’esterno, la stessa dell’invito, che qui sembra aver preso vita: volti sorridenti, complicità di massa, pacche sulle spalle. L’amore che non viene mai meno.

Lorenzo, sulla cinquantina, ha l’accento toscano ma da tempo vive in Brianza con la famiglia. Il suo tesserino porta la scritta USCIERE. Poco prima mi vedeva varcare il cancello d’ingresso senza tesserino al petto, mi fermava, diceva Buongiorno, ha bisogno di qualcosa? Ah vuole entrare, e conosce qualcuno? No? Allora ha un invito? Ah, bene. E cosa la porta qui? Curiosità, capisco… No chiedo solo per questioni di sicurezza, sa com’è, di questi tempi. L’accompagno dentro allora. 

«Stanno facendo i battesimi adesso». L’indice di Lorenzo punta un nugolo di persone in attesa davanti a un portone spalancato su un androne dalle pareti gialle e blu.
Sullo stipite, un cartello: BATTESIMI.
Nella sala è stata montata una di quelle piscine che al primo caldo compaiono nei giardini delle villette di provincia. A turno, ogni battezzando si immerge e si abbandona alle braccia di un anziano delegato al compito. Lorenzo spiega che il battesimo è un punto di arrivo e di partenza per ogni discepolo, viene concesso solo dopo un periodo variabile di frequentazione della comunità e di studio della Bibbia. Lo dice come se avesse letto nella mia curiosità il desiderio di provare l’esperienza, seduta stante.
Dirimpetto la sala battesimi, la sala passeggini.
Sullo stipite, un cartello: PASSEGGINI.

Lorenzo lascia che prosegua da solo. Lo vedo tornare all’ingresso scambiando due parole con altri uscieri mentre il via vai alveare di corpi e voci ed echi di corpi e voci si fa più fitto.
Qua e là si trovano punti per la raccolta delle offerte, uno di questi ha in dotazione il POS per il pagamento elettronico. Nel padiglione giace un arcipelago di sedie raggruppate in isole di cento, intruppate davanti a sei maxi schermi che trasmettono ciò che succede sul palco dell’auditorium, su al terzo piano. Al momento non succede nulla, il congresso è in pausa. Gli schermi proiettano un timer che conta i minuti alla ripresa degli incontri.

Gli uscieri sono ben distribuiti. Si riconoscono per la camicia bianca a maniche corte e le cravatte a righe e dai colori freddi. Piantonano i punti nevralgici: l’atrio, le porte, gli accessi alle scale mobili in salita e in discesa, le schiere di sedie. Si intrattengono con amici e conoscenti pur non venendo meno al compito di organizzare, assistere e vigilare la moltitudine che nel solo pomeriggio supererà le 5mila unità.

Quando passa, riconoscono l’estraneo, lanciano sguardi attenti e indagatori trincerati dietro sorrisi stampati da commedianti navigati. A intermittenza ti fermano, fanno domande, sempre le stesse, un copione logoro. Non si fidano, gli uscieri – o qualcuno gli avrà detto di non fidarsi – ma fanno di tutto per non darlo a vedere. Ti rivolgono la parola e sfoggiano la miglior cortesia, quel famoso miglior sorriso che è sempre il peggiore.

Buongiorno, ha bisogno di qualcosa? Conosce qualcuno? No? E cosa la porta qui? Curiosità? Ah, capisco. No chiedo, per questioni di sicurezza.

Questioni di sicurezza.
Pensi che sia strano, dentro e fuori dallo stabile hai visto girare piccole ronde della sorveglianza privata (e armata) del MiCo. Dissimuli. Poi qualche domanda la fai tu. Chiedi perché i Testimoni di Geova sono spesso considerati una setta, chiedi delle loro regole, del loro divieto di trasfusione di sangue, della repressione che affrontano in Russia, di come vivono la fede o il rapporto con gli ex membri. Cerchi punti di vista che illuminino le zone d’ombra più note di questa confessione, cerchi opinioni personali. «Può chiedere scrivendo alla mail dell’ufficio stampa, è sul nostro sito» rispondono. Poi ti lasciano alla tua strada e i loro sguardi diventano sempre più una presenza intangibile e pervasiva che traccia i tuoi spostamenti.

E percepisci qualcosa, una strana sensazione che non ti assale quando fai la spesa al supermercato, cammini in un museo o frequenti un qualsiasi luogo affollato: la sensazione di essere sorvegliato, pedinato, marcato stretto.
Ti accorgi che un usciere si mette al telefono quando gli passi accanto, ti guarda mentre parla (di te?) e sposta lo sguardo se ricambi. E in breve tempo noti un cambiamento negli sguardi degli altri uscieri. Quelli che non hai mai incrociato, i volti nuovi per cui sei volto nuovo. Non ti scrutano: ti riconoscono.

L’occhio di uno diventa l’occhio di tutti, ogni orecchio la parte sensibile di un udito collettivo, orchestrale, e pensi al servizio d’ordine come a una swarm intelligence in cui l’uno apprende dall’esperienza dell’altro, come nel machine learning.
Hai l’impressione che l’apparato ti abbia individuato come una minaccia. Qualcuno effettivamente ti segue e ti ferma per farti altre domande, sempre con quella cortesia stantia. 

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Fuori, poco lontano dall’ingresso del padiglione, un gruppo di persone fa capannello. È una famiglia, chiacchierano, qualcuno fuma. Non sono Testimoni di Geova, dicono. Non portano cartellini al petto. Sono parenti e amici di una ragazza che al momento sta per essere battezzata. La madre ha una voce squillante e ruvida, da fumatrice incallita.

«Purtroppo mi è diventata Testimone di Geova» mi dice incassando la testa tra le spalle con l’espressione di chi creda di aver pronunciato troppo forte l’indicibile. Poi tira dalla Merit e spiega che la figlia si è avvicinata ai geova sul luogo di lavoro, una collega l’ha coinvolta e poi convinta a convertirsi.
«Sono quattro o cinque anni che studia la Bibbia» fa, «mica ti fanno entrare così…»
Accanto a lei siede il compagno, che non è il padre della ragazza. Dicono di non essere credenti convinti e che ai cattolici preferiscono i geova.
«Sono i preti che non mi piacciono» continua lei. «E poi i cattolici danno delle regole che ognuno decide se rispettare o no, un po’ a modo suo, come gli pare. I geova invece le rispettano le regole. Ma in ogni caso non mi piacciono molto».
«Sembrano persone a posto però» interviene lui.
Lei incalza. «Anche tra i geova le donne hanno un ruolo marginale, per dire… Non hanno le stesse prerogative degli uomini. Hai visto no che sul palco parlano gli uomini?» mi chiede.
«Non ancora»
«Ecco, te lo dico io. Parlano gli uomini. Stai certo che non ci vedrai una donna». 

«Ecco, te lo dico io. Parlano gli uomini. Stai certo che non ci vedrai una donna».

Una ragazza raggiunge i parenti, arriva dalla sala battesimi, è un’amica della figlia. Dice che il battesimo è finito, è uscita dall’acqua, si è asciugata, dentro sono pronti per le foto ricordo.
Il gruppo si mobilita per entrare. La madre getta a terra la cicca della sigaretta, la macina con la punta della scarpa. Si sente il compagno chiedere alla ragazza:
«Ma l’acqua era fredda?»

***

«Guardi, non me lo dica…» fa l’agente in borghese. È seduto sul sedile del passeggero, nella Punto nera, trascrive gli estremi del documento su un foglio di carta ripiegato, la portiera è aperta. «Anche a me dentro mi hanno fermato venti volte, le dico: non riuscivo a fare dieci metri. E allora mi son fatto fare il cartellino. Eccolo qui».
Gli pende dal collo, c’è qualcosa scritto a mano e la solita illustrazione, L’amore che non viene mai meno.
«Doveva farselo fare anche lei.»
«Eh…»
«Ma a parte questo, dicevo: l’evento è privato, all’interno le regole le fa chi affitta. Certo, lei aveva con sé un regolare invito, quindi dobbiamo capire se c’è stata qualche irregolarità. Lei è un libero cittadino».

***

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Gli incontri del pomeriggio riprendono puntualissimi, allo scadere del timer.
13:35: tutti seduti.
Dopo un breve video musicale (richiamo per i ritardatari) attacca il cantico 84: Mete per lodare Dio. Ci alziamo tutti in piedi.
Sugli schermi le parole scorrono come in un karaoke. Il coro di migliaia di voci si alza con una potenza a cui difficilmente si può restare indifferenti, al di là dei contenuti: finalmente il congresso prende le sembianze di un rito collettivo. 

Alle 13:50 si apre il simposio, che è una carrellata di video-testimonianze per raccontare lo stato dell’arte delle comunità geova nel mondo, e come queste abbiano reagito a disagi sociali e catastrofi naturali in Africa, Asia, Europa, Nordamerica, Oceania, Sudamerica. Uno storytelling emozionale che parla la lingua della pubblicità: c’è l’individuazione del problema, la drammatizzazione, la soluzione e i benefici che ha comportato, i testimonials.

Eppure la sensazione stonata è di essere di fronte a una realtà chiusa, esclusiva, autoreferenziale, accartocciata su sé stessa, dove il bene si manifesta solo verso i propri simili, verso i membri, o verso chi sia predisposto alla conversione.

La presenza di fedeli in un qualsiasi punto del mondo è chiamata filiale, i loro responsabili fanno parte del comitato di filiale e tutta la comunità costituisce la presenza in loco dell’organizzazione. L’espressione cibo spirituale è ricorrente, così come ricorre il docu-drama quale format di racconto. Si parla di mutuo soccorso tra fratelli e sorelle, aiuto, assistenza, solidarietà, di amore che non viene mai meno. Eppure la sensazione stonata è di essere di fronte a una realtà chiusa, esclusiva, autoreferenziale, accartocciata su sé stessa, dove il bene si manifesta solo verso i propri simili, verso i membri, o verso chi sia predisposto alla conversione.
Si parla anche di profughi, dalla Svezia arrivano buone nuove, il responsabile di filiale dice che con i flussi degli ultimi tempi “le sale del regno si sono riempite”. E scorrono immagini di proselitismo nei centri di accoglienza. 

L’androne gialloblu di prima nel frattempo si è svuotato completamente. Nella sala battesimi è rimasto un solo uomo, si chiama Igor, dà una sistemata dopo il tour de force di abluzioni battesimali. È il primo usciere che alla vista dell’estraneo reagisce dipingendo in volto un sorriso accogliente, spontaneo, fidente. Lo stesso sorriso che regalano un po’ tutti i fedeli partecipanti in giro per il padiglione, a dirla tutta.

Igor raccoglie dell’acqua dalla piscina con una piccola bacinella, da fuori qualcuno commenta: «Ma così ci mette tutta la giornata a svuotarla!». Lui fa per uscire, lo fermo e scambiamo qualche parola. Racconta dei battesimi ricalcando bene o male le parole di Lorenzo. E allora chiedo cosa debba fare con quell’acqua battesimale nella bacinella.
«Ne ho presa un po’ per pulire un tratto di moquette che si è macchiato»
E sparisce oltre il portone con sorriso e bacinella.

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Le porte dell’ascensore si aprono al terzo piano, sul corridoio che si allunga giù fino al foyer dell’auditorium, gremito. Lì un usciere pone le solite domande. È un usciere diverso però, o meglio, non è un usciere, niente camicia a maniche corte ma un completo grigio con doppiopetto, il fare dirigenziale, autorevole con gli uscieri che gli ronzano intorno e che da lui prendono direttive. È l’Erich Mielke dei Testimoni di Geova, il responsabile della sicurezza. Buongiorno, ha bisogno di qualcosa? Conosce qualcuno? E cosa la porta qui? Chiedo per questioni di sicurezza. Il sorriso è sempre quello ma il suo sembra il prototipo da cui è partita tutta la produzione in serie, la sua voce un master originale.

Nell’auditorium è in proiezione il film Giosia: amiamo Geova e odiamo il male, uno sceneggiato doppiato sulla vita del sovrano che debellò il culto degli idoli e riedificò il tempio di Geova predicando il Libro della Legge. 

Resto spalle al muro in fondo alla sala. Vuole sedersi? Chiedono. Dico va bene così grazie, non c’è problema. Chiedo però il permesso di scattare una fotografia. Un usciere troppo giovane per essere ostile risponde che non c’è problema, ma basta poco perché il gomitolo sciolto di sguardi indagatori riprenda ad avvolgersi attorno all’estraneo.

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E allora esci dall’auditorium, ritrovi il foyer deserto e pensi di fare una capatina al bagno, prima di tornare al piano terra. E mentre lavi le mani vedi che qualcuno ti ha seguito e ti aspetta fuori dalla porta, appostato. Un flash dal film Il Testimone di Peter Weir ti balena in testa. Non finisci morto ammazzato ma un giovane visibilmente a disagio – mandato da qualcun altro – ti dice che lì non puoi stare, e che lo devi seguire. Così fai e nel corridoio vedi avvicinarsi due figure col passo risoluto di chi si sente investito di grandi responsabilità. Uno è Mielke, marcia un passo indietro all’altro, che è il Gran Capo.

E allora il Gran Capo ti dice che non sono graditi i liberi spostamenti, non è gradito chi prende appunti, non è gradito chi scatta fotografie, non è gradito chi fa domande. Non sei gradito tu, ma questo non lo dice.

Ti raggiungono e annusi subito quello che sta per succedere.
Il Gran Capo ti fa le solite domande, col solito sorriso, e tu dici che hai già risposto dieci minuti prima al signore lì accanto, e stavolta aggiungi che non c’è da preoccuparsi per la sicurezza, ci sono ronde armate della vigilanza privata che girano costantemente, in fin dei conti, no?

Ti chiede se hai un invito, tu glielo mostri e lui non se l’aspetta: hai tutto il diritto di stare lì, secondo le loro stesse regole. E allora il Gran Capo ti dice che non sono graditi i liberi spostamenti, non è gradito chi prende appunti, non è gradito chi scatta fotografie, non è gradito chi fa domande. Non sei gradito tu, ma questo non lo dice.
Poi minaccia di chiamare le autorità, ti obbliga a seguirli con il fare freddo e intimidatorio della malavita, si piazzano ai tuoi fianchi e ti scortano giù per le scale. Ma per carità, sempre con quel sorriso stampato in volto. Due perfetti farisei. Azzardi dell’ironia, dici: «Fortuna che l’amore non viene mai meno». La risposta è fredda e cinica come il vento della Siberia, dove ti spedirebbero, se potessero: «Anche la sicurezza non viene mai meno».

Scendendo le scale scopri che in un evento di migliaia di persone i due sono a conoscenza dei contenuti di ogni conversazione che hai avuto e degli spostamenti che hai fatto. Roba da farla impallidire, la Stasi. Il Gran Capo ti chiede addirittura se hai trovato qualcosa di interessante al congresso. Rispondi che in effetti sì, quella situazione è senza dubbio la cosa più interessante della giornata.

Poi arrivi di sotto, di nuovo nel grande padiglione, incastonato tra i due sgherri sorridenti. Non ti mollano più e allora chiedi la cortesia di non essere seguito ma la tua presenza è sopportata solo al guinzaglio. Allora decidi di andartene, esci dalla hall, ti dirigi verso il cancello ma Mielke ti segue ancora, come un cane rabbioso. A un angolo del vialetto interno una volante della Polizia di Stato è in sosta a motore acceso. La superi pensando che non siano davvero arrivati a tanto. Poi varchi il cancello di uscita e quella ti affianca. Il finestrino si abbassa:
«Buongiorno, lei è un giornalista? Favorisca i documenti prego».

***

Sul volto dell’ispettore si dipinge lo sguardo di chi ha sentito abbastanza. Fa convocare Mielke e il Gran Capo. Vuole chiarire la situazione, dice, tutti insieme.
Quelli arrivano con il solito sorriso e qualche metafora da predicatori da quattro soldi per giustificare ciò che in breve tempo pare chiaro anche all’ispettore, al suo sottoposto in borghese, agli agenti in divisa: la repellenza dei dirigenti geova verso la libera opinione, l’indipendenza, il senso critico – che evidentemente sono tutte questioni di sicurezza, come lo è l’ostilità verso chi li stimola.

L’ispettore mi porge la mano. «Non c’è altro, per noi può andare.»
Il collega in borghese si avvicina per salutare, abbozza una smorfia complice, una mano sulla spalla e mormora:
«Beh, mi sembra che ora ne abbia di materiale, per raccontarli.»

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