Redivivo – Il Pantarèi, di Ezio Sinigaglia

di Viola Bonaldi

Che poi, mica a tutti va bene. A dire il vero è proprio il contrario. E non bastano quegli effimeri momenti di gloria derivanti dal postare la foto del nuovo libro, fresco di stampa, sui social.
È noto che in Italia vengono pubblicati più di sessantamila libri all’anno (stima in difetto); facendo due conti, sono circa centosessanta opere al giorno, che in media hanno una vita di mercato lunga tre mesi.

Quindi, dicevo, a mica tutti va bene, e non accadeva nemmeno qualche anno fa. Seppur il numero di libri stampati a metà degli anni Ottanta fosse sensibilmente inferiore (basti pensare che nel Duemila le opere pubblicate annualmente toccavano le ventimila), e a moltissimi autori non restava altro che poggiare il proprio fardello sulle spalle e cambiare strada – senza nemmeno quel piccolo momento di gloria dato da qualche like.

Quegli autori non potevano sapere che nulla (o non proprio tutto) però, sarebbe andato perso. Nemmeno Ezio Sinigaglia, che una volta scottato dalla prima pubblicazione de Il Pantarèi (ripubblicato nel 2019 da Terrarossa Edizioni), decise di chiudere definitivamente con la scrittura di romanzi, e lo fece per circa trent’anni. Se molta parte dei libri odierni è spedita al macero poiché invenduta, capita invece che vecchie perle impolverate riprendano nuova vita grazie a consulenti, agenti e editori lungimiranti, e con quelle il plauso rimasto sopito per decenni.

Questa è la storia de Il Pantarèi, di un libro scritto per dimostrare la falsità delle voci dichiaranti la morte del romanzo e che, dopo anni di oblio, ritorna dal regno dei morti come ad adempiere all’obiettivo di partenza. Il romanzo non è morto, Il Pantarèi nemmeno. Sinigaglia ha usato la modalità più forte e complessa per manifestare la vitalità di quest’arte narrativa: calarsi nei panni di quegli autori di primo Novecento che hanno squarciato le regole della letteratura precedente: Proust, Joyce, Musil, Svevo, Kafka, Céline, Faulkner, Robbe-Grillet. Sinigaglia non è tra quegli scrittori che «si limitano a “rifare” Joyce, “rifare” Proust, “rifare” soprattutto Kafka, senza un contributo di vera originalità» ma si immerge in loro lungo due livelli.

Il primo è saggistico. Nel romanzo ci sono pagine di quella che potrebbe essere un’antologia scolastica con schede analitiche dedicate agli autori più influenti di un’epoca. Ma che in realtà è il capitolo di letteratura di un’“enciclopedia della donna”. E qui ci si lega al secondo piano, quello narrativo, scritto attorno a Daniele Stern, un uomo che si divincola tra quei lavori editoriali che “ti spaccano la schiena” (questa citazione è invece del mio ex professore di editoria) e continua invece a inumare le ambizioni di una scrittura più alta, di una messa a punto di un proprio romanzo.

Stern incarna a tutto tondo la Letteratura

Stern è sfigurato da un amore finito male e che gli assale i pensieri, da un gusto sessuale in bilico tra i generi e da un’inattività vitale degna solo del miglior Musil, a proposito. Nulla è dato al caso. Stern incarna a tutto tondo la Letteratura: lavora in campo editoriale (che spasso le convocazioni nella sede della casa editrice, «il Tempio della Sapienza», «Fabbrica instancabile della cultura» di fronte alla «redattrice Ghiotti Dr. S. Ghiotti. Sandra Susanna Sabina. Santippe»); scrive pagine di un’enciclopedia letteraria; rappresenta lo stesso Pantarèi – o meglio, il buco nero che include tutto ciò che sfugge al fluire, il “fuor del pantarèi”; impersona gli eroi dei letterati citati – riscritti, appunto, a loro volta, dalla mano autoriale di Sinigaglia. Si tratta di una sequela di specchi che si risolvono con la presenza, in Pantarèi, di quello che sarà il romanzo di Stern, L’altro Sax.

È facile intuire che un libro di questo tipo non possa essere letto a cuor leggero da tutti, e forse nemmeno da molti di quelli che “tutti” non sono, forti delle loro conoscenze. Non è questo il punto. Qui serve anche empatia, passione, la volontà di seguire Stern, non importa quel che accada o cosa si trovi scritto. Perché nella lunga ascesa alla cima delle montagne proustiane, joyciane, e di tutti gli altri, in cui ci si trova a interpretare una scrittura che balzella dalla prima alla seconda persona e che a volte sembra turlupinarci urlandoci dietro “prova a prendermi”, letto e riletto i continui insuccessi di un uomo apparentemente sfinito, seguito i suoi flussi di coscienza e le continue onomatopee, ecco, quando ci si è abituati a tutto questo, Sinigaglia rilancia buttandoci in mezzo a giochi di parole, calembours, divertissements letterari che a modo loro fanno esplodere il libro e ogni sua regola, un po’ come fecero gli otto ganzi in cima alle montagne.

Ci si trova a interpretare una scrittura che balzella dalla prima alla seconda persona e che a volte sembra turlupinarci urlandoci dietro “prova a prendermi”

Da qui si può anche intuire il perché dell’insuccesso editoriale dell’85. Questo testo nasce da una mano e una testa che probabilmente andavano molto più veloci di gran parte degli scrittori (e dei lettori) del tempo e di oggi. Ma non importa. Come non importa se tu, autore, sei rimasto fedele al tuo fine per tutto il romanzo; se riscrivendo i Grandi non hai mai varcato la soglia del ridicolo, dello scrittore che “scimmiotta” ma che al contrario li apre a una più ampia comprensione, catapultandoli nel vortice degli anni a noi prossimi; se hai saputo creare un personaggio profondo, con tutte le debolezze e i limiti di uomo. Alla fine, purtroppo, quello che importa sono sempre i numeri. E che si resti tra i ranghi di uno stile accomodante.

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